Il primo incontro con l'Olanda e' stato in un giorno di fine giugno del '96.
Arrivavo da Roma con tante aspettative e la testa piena dei racconti di mio marito su questa citta' bellissima, verde, assolata, tranquilla, piccolissima.
Per lui la prima volta era stata mesi addietro, in aprile, quando davvero l'Aia si colora di fiori e di sole...
A Roma lasciammo una temperatura di 30 gradi, sole magnifico, aria calda... e cosi' mentre il comandante dell'aereo ci informava che la temperatura ad Amsterdam era di 9 gradi, leggera pioggia e qualche raffica di vento... tra me e me pensavo come avrei potuto sopravvivere vestita solo con una magliettina di cotone e una gonna di viscosa.
Comunque, atterrammo all'aeroporto che si vanta di avere la torre di controllo piu' alta d'Europa (almeno fino a qualche tempo fa era cosi'), che si trova ben sette metri sotto il livello del mare e che ha un nome che gia'... dice tutto.
Schiphol (che letteralmente vuol dire il buco delle barche) era anticamente mare e li' sono stati trovati diversi vecchi relitti.
Atterrammo e ci vennero a prendere con la macchina. L'aeroporto dista dall'Aia circa 35 km cosi' in una mezzoretta di autostrada, passando attraverso uno dei piu' bei paesaggi olandesi, fatto di pecore, mucche frisone, canali, mulini e serre gigantesche ci ritrovammo all'ingresso di una citta' per nulla simile a Roma.
Ci accolsero diversi grattacieli, uno dei quali fa da ponte attraverso l'autostrada e passarci sotto ancora oggi mi fa strano... come se entrassi nella pancia di qualcuno.
Cominciammo a fare un tour della citta' prima di arrivare in albergo. L'impressione fu di una citta' gigantesca, una metropoli, chissa' quanto grande, tutta uguale, tutta marrone, nessun negozio, disabitata, troppo fredda.
Mio marito continuava a stupirsi e a decantare le rotaie dei tram che viaggiavano su tappeti d'erba d'un verde smeraldo cosi' acceso e brillante che sembrava quasi irreale paragonato al grigio del cielo.
La pioggerellina era diventata vera pioggia, il vento soffiava gonfiando le nuvole che correvano e si addensavano sempre di piu'.
Finito il giro turistico, ci portarono in un albergo che e' ai margini estremi di Scheveningen sul mare. La nostra stanza aveva il balcone verso le dune e nulla poteva limitare l'orizzonte.
La prima cosa che facemmo fu di comprare un maglione per me, mio marito chissa' com'e' era stato previdente... lui se l'era portata una giacca...
Scendemmo a cena...zuppa, salmone, lingua sconosciuta, gente troppo zitta, passi attutiti da moquette alta almeno cinque centimetri...
Alla fine della giornata guardando il mare e parlando di tutte le meraviglie da scoprire .. mi ritrovai a piangere. Forse ero stanca, o forse disorientata... ma l'effetto che la citta' aveva su mio marito su di me s'era rivelato catastrofico.
Tra l'altro non capivo niente d'olandese e il mio inglese era proprio pessimo.. anzi di piu'.
Avevamo cinque giorni per scegliere la casa, la scuola, vedere l'ambasciata.. per fare tutte quelle piccole cose che proprio servono altrimenti non si puo' cominciare a vivere in una citta' straniera.
Continuavo a pensare... come fara' Giulia che non parla la lingua ad inserirsi qui.. come faro' io che non riesco nemmeno ad orizzontarmi dall'albergo al mare..e Lele che mangera'... non ci sono gli omogeneizzati Plasmon... o meglio non ci sono gli omogeneizzati come li intendiamo noi. Qui al massimo... mix messicano fagioli e broccoli. Mix di maccheroni con verdure.
In cinque giorni abbiamo visto non so quante case. Io la volevo vicino alla scuola ma non tanto distante dal centro e dalla vita... mio marito invece sarebbe stato contento di prenderla vicino a un parco per poter fare sport ogni volta che poteva.
Entrando nelle case vedevo vuoti di bottiglie nei giardini e nei balconi, sacchi della spazzatura accumulati ovunque, saloni immensi ordinatissimi e puliti ma stanze da letto minuscole e disordinate. Ogni salone aveva un angolo giochi per i piu' piccoli... magari vicino a un preziosissimo pianoforte con un vaso di delft appoggiato sopra.. cosi' precario che mi veniva male solo al pensiero che i ragazzini giocando potessero inciampare e urtare il piano e far cadere il vaso.
La fortuna ci venne in aiuto e cosi' ancora oggi abitiamo in una casa vicino alla scuola, non lontana da un parco meraviglioso e prossima ad un centro commerciale abbastanza decente.
Tornammo a Roma... mio marito abbastanza rilassato e contento. I colleghi erano simpatici, avevamo risolto tanti problemi... io con tanta angoscia e si' che ero stata proprio io a convincere mio marito a tentare la via dell'estero...
Comunque.. ormai era fatta e non si poteva piu' tornare indietro... almeno non a breve!
Buona giornata.